sabato 23 ottobre 2010

Parliamo di spazzatura, quella vera ...

Altra puntata della polemica tra Silvio Berlusconi e Annozero. Durante la conferenza stampa al termine della riunione sui rifiuti la giornalista del Tg3 prende il microfono per fare una domanda e si presenta, con nome e testata; il premier la interrompe: «Il Tg3? Quello che non esiste, secondo alcune trasmissioni Rai, giusto?». La giornalista rimane per un attimo interdetta, mentre qualche collega le spiega il riferimento del premier ad Annozero che ieri sera ha fatto vedere le tabelle con i vari tg e trasmissioni Rai, senza citare il Tg3. Nel frattempo interviene Bertolaso: «Parliamo di spazzatura, quella vera, che è meglio».
Va Bene!! Parliamo del governo !

domenica 10 ottobre 2010

BERSANI : senza di noi non c'è alternativa a Berlusconi
Non saremo utili idioti per nessuno.
«Chi maltratta il pd rifletta, perché rischia di tenersi Berlusconi, senza di noi non va a casa. Il Pd è pronto a discutere con tutti, a seguire tutti i passaggi... ma non a fare la salmeria, non saremo utili idioti di un progetto di qualcun altro: abbiamo il fisico per esser il traino dell'alternativa».
Mai più l'Unione.
«Non faremo mai più un meccanismo come l'Unione, che non è in grado di mantenere le promesse». Mai più, ha insistito, una coalizione come quella in cui «qualche tuo alleato, mentre il governo faceva le uniche cose per il Nord come il cuneo fiscale e le infrastrutture, metteva le dita negli occhi sul piano del giudizio morale rispetto alla piccola impresa».
Nuovo Ulivo è l'alternativa.
«Un'alleanza per la democrazia, per tutelare le regole democratiche, il nuovo ulivo è il cuore del progetto di alternativa di governo. Non si rifà l'unione e non a tutti i prezzi».
Bossi e Berlusconi hanno tradito il Nord.
«Non è vero che siamo stranieri al nord. Abbiamo delle responsabilità ma il sogno e il progetto di Bossi e Berlusconi sono falliti. Il nord è stato tradito così come l'intera Italia è stata tradita. Il sogno di liberare l'energia del nord affinchè si liberasse l'intero paese è fallito. Questo è stato un danno enorme per l'Itali che si è mano mano allontanata dai grandi processi di modernizzazione»..
Federalismo: per servizi migliori.
«La prendiamo noi in mano questa bandiera del federalismo, ma nella nostra chiave: nuovi obiettivi per ottenere l'avanzamento nei servizi».»
L'Udc si dice di opposizione.
L'Udc si definisce di opposizione e il nuovo ulivo deve parlare con tutte le forze di opposizione... ma questa alleanza, prima di tutto, bisogna farla con l'Italia, noi dobbiamo rompere il muro di gomma tra politica e società, tocca a noi aprire un varco».
Parlare di inciucio è far danni.
«La legge elettorale è centrale: consente con il 35-36% di voti, di prendersi tutto, compresa la maggioranza nelle Camere riunite per procedere all'elezione del capo dello Stato. Stiamo parlando di questa roba qua. Quando facciamo troppo i sofistici, “governo di transizione sì, però...” cerchiamo di capire qual è la posta in gioco. Se diffondiamo l'idea che c'è un'invincibile smania per l'inciucio, per il compromesso, noi facciamo dei danni».
Riforma fiscale, punto clou.
La riforma fiscale è «un'urgenza, un punto clou della nostra operazione», mentre il Governo non ha «concluso niente». Rispetto ai governi di centrosinistra, «forse non avevamo tirato una riga abbastanza netta anche nella comunicazione, sul fatto che tutto quello che prendi dall'evasione deve ripercuotersi in capacità di movimento. E poi c'è il lavoro, alleggerire il lavoro, l'impresa, la famiglia con i figli».
Immigrazione: equità e razionalità.
«Noi dobbiamo trovare un'idea che non oscilli, non vogliamo essere buoni ma razionali. Un paese che vuole crescere deve avere una quota di immigrati. Il fenomeno porta vantaggi ma anche discordie e problemi. Non è possibile che i vantaggi vadano tutti da una parte e i disordini tutti alle fasce basse della popolazione. Se arriva un povero non è possibile che paghi un altro povero. Dobbiamo avere un progetto che abbia umanità, equità e razionalità».
Siamo un partito, non un sindacato.
«Non voglio che passi l'idea che il Pd stia con questo o con quello. Noi siamo un partito, non un sindacato». Il segretario esprime solidarietà a Bonanni e alla Cisl («Non sono tollerabili aggressioni»), ma con altrettanta nettezza spiega come il Partito democratico non si identifichi in alcuna sigla sindacale.
In giro c'è paura di dossier. Io non ne ho.
«Se ci siano dossier in giro non lo so, però c'è paura in giro; io no, ma c'è paura in giro, non solo a Roma, una paura che scende giù per li rami».
Governo di transizione.
«Siamo pronti ad un governo di transizione che cambi la legge elettorale e affinchè si possa andare a elezioni, guardando avanti e non traccheggiando. Per questo ci dobbiamo rivolgere a tutte le forze interessate a mettere in sicurezza la democrazia italiana»
Berlusconismo, fase più pericolosa.
Basta, dice Bersani, «sofismi», c'è il rischio di una «deriva plebiscitaria» e per fermarla il Pd deve essere pronto ad una «alleanza per la democrazia» con «chi ci sta». E avverte: Silvio Berlusconi «rilancerà, forse fino a far traballare qualche nostro pilastro costituzionale, non sarà un pranzo di gala. Non siamo oltre il berlusconismo, siamo al secondo tempo ed è la fase più pericolosa. Non se ne andrà bevendo una tazza di the, ma preferirà il “muoia Sansone con tutti i filistei”»
Partito chiacchiera su di sé.
«Le gazzette sono piene di un partito che chiacchiera su di sè piuttosto che di problemi di cui è piena l'Italia».
Rispettiamoci.
Il Pd non è abbastanza «rispettato», lo sarà presto ma a patto che «ci rispettiamo tra di noi». Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani lo dice aprendo la relazione conclusiva all'assemblea nazionale democratica: «È stata una bella assemblea, noi siamo un bel partito. Se ne convinceranno. Certo, non siamo rispettati abbastanza, non ci rispettano abbastanza gli amici, gli avversari... su di noi si dice di tutto, mi sveglio al mattino e imparo che ho fatto cose che non ho neanche mai pensato. Ma vi garantisco che ce l'avremo 'sto rispetto, con calma e gesso, ci rispetteranno». «L'unica condizione - avverte - è che ci rispettiamo noi. Se ci rispettiamo noi stiamo sicuri che poi ci rispetteranno. E qui ci siamo rispettati».

domenica 29 agosto 2010

Le regole di Marchionne e l'etica di Berlinguer

per chi se lo fosse perso
di EUGENIO SCALFARI
Il Marchionne intervenuto a Rimini al meeting di Comunione e liberazione non ha detto grandi novità rispetto al Marchionne di Pomigliano. Del resto da allora non è accaduto nulla di rilevante che non fosse già stato previsto: il mercato automobilistico mondiale continua a perder colpi in Occidente (e a guadagnarne nei grandi mercati dei paesi emergenti); la Fiat è una delle imprese più penalizzate sia sul mercato italiano sia su quello europeo; la stessa Fiat tuttavia vende in Italia circa il 40 per cento del suo prodotto e quindi in Italia ci deve restare, che lo voglia oppure no, ed anche le più massicce de-localizzazioni non possono cancellare con un tratto di penna tutti gli stabilimenti italiani e la manodopera che ci lavora.Questa situazione è nota da un pezzo, fin da quando due anni fa Marchionne lanciò l'operazione Chrysler con l'accordo dei suoi azionisti, del presidente americano Barack Obama e dei sindacati di Detroit. Non tutti i commentatori capirono che non era la Fiat a conquistare la Chrysler ma viceversa: la Fiat si aggrappava alla Chrysler, anch'essa in stato pre-agonico, per fare di due debolezze una forza. Questo era il programma di Marchionne che d'altra parte fu onesto nell'ammettere questa verità.Previde anche - e lo disse - che la Fiat avrebbe scorporato la produzione automobilistica dal resto del gruppo costituendo una nuova società, cosa che è avvenuta secondo le previsioni. Da allora non ci sono state svolte nuove: Marchionne aveva già dichiarato
che lui operava in una nuova era di economia globalizzata; usò anche l'immagine "dopo Cristo" orami diventata famosa.Di nuovo c'è stata la traduzione nei fatti di questo programma, a Pomigliano, a Termini Imerese, a Melfi e in parte a Mirafiori. Il referendum a Pomigliano, la nuova società diventata proprietaria di quello stabilimento, la resistenza della Fiom-Cgil, lo sciopero di Melfi, i tre licenziati, il ricorso al Tar e il loro reintegro, la decisione della Fiat di non riammetterli al lavoro in attesa del secondo grado di giudizio, l'intervento del presidente Napolitano e il suo auspicio di superare l'incidente con spirito di equità in attesa della sentenza definitiva. Infine il Marchionne di Rimini . A Rimini l'amministratore delegato della Fiat ha esposto con la massima chiarezza alcuni suoi "mantra".
1. L'economia globalizzata impone che l'aumento di produttività nei paesi opulenti sia molto più elevato di quanto negli ultimi trent'anni non sia avvenuto, per tenere il passo con quanto avviene nei paesi emergenti e non perdere altro terreno nei loro confronti.
2. La lotta di classe è finita perché non ci sono più classi.
3. La domanda di automobili in Occidente è molto diminuita ed è tuttora in calo, perciò bisogna concentrare la produzione in un numero limitato di imprese, riducendo il numero delle unità prodotte e aumentando la competitività.
4. I lavoratori debbono accettare nuove regole sulla flessibilità negli orari, sul ricorso allo sciopero, sulla struttura del salario e dei contratti.
5. La giurisdizione del lavoro dovrà, di conseguenza, essere aggiornata.
6. Forme di partecipazione dei lavoratori ai profitti derivanti dall'aumento della produttività sono auspicabili e vanno incentivate.
7. Le parti sociali debbono premere sui governi per ottenere nuovi tipi di "welfare" appropriati alle nuove regole.Alcuni di questi principi sono ragionevoli e meritano di essere discussi. Altri hanno un'ispirazione profondamente reazionaria. Inoltre in questo ragionamento colpiscono alcune omissioni, la più vistosa delle quali riguarda le diseguaglianze retributive che hanno raggiunto livelli inaccettabili. Marchionne può dire che questi problemi non riguardano il suo "campo di gioco" ma negherebbe con ciò l'evidenza: ogni persona e quindi ogni lavoratore vive in un contesto sociale che non può essere parcellizzato, è un contesto globale ed implica in prima fila il tema dei diritti e dei doveri.
Bisogna riconoscere - e per quanto mi riguarda l'ho scritto più volte - che l'economia globale comporta un trasferimento di benessere dall'area opulenta all'area emergente e povera. Si potrà gradualizzare entro certi limiti questo processo, ma è del tutto inutile cercare di arrestarlo. Il trasferimento può avvenire in vari modi. Uno di essi è l'immigrazione dall'area povera all'area opulenta, un altro è la de-localizzazione della produzione e del capitale in senso contrario, un altro ancora consiste nella ricerca di analoghi trasferimenti di benessere sociale all'interno dell'area opulenta tra ceti ricchi e ceti poveri, accompagnati da ritmi di produttività più intensi nelle aree povere affinché la loro dinamica sociale accorci le distanze con le aree ricche.Siamo cioè - e non certo per libera scelta - di fronte ad un gigantesco riassetto sociale di dimensioni planetarie, nel corso del quale bisognerà tenere ben ferma la barra sui due diritti fondamentali: la libertà e l'eguaglianza. Il riassetto sociale è infatti di tali proporzioni da mettere a rischio quei due diritti. Può cioè dar luogo a forme di governo autoritarie nell'illusione che solo in quel modo sia possibile governare i processi sociali; e può anche dar luogo a discriminazioni inaccettabili sul piano dell'eguaglianza. Purtroppo in Italia si rischia di caricare gli oneri del riassetto sociale sulle categorie più deboli e di ferire in tal modo sia l'eguaglianza sia la libertà.
Nel corso del meeting di Rimini, il giorno prima di Marchionne aveva parlato Giulio Tremonti. Un discorso ampio, di economia, di finanza e di politica. L'intervento di Tremonti è stato ampiamente riferito dai giornali e non ci tornerò sopra, ma c'è un punto che qui m'interessa cogliere: quando il ministro dell'Economia ha parlato di austerità ricordando che in anni ormai lontani quel concetto fu patrocinato da Enrico Berlinguer che propose di farne il cardine d'una nuova politica economica. È vero, Berlinguer vide con trent'anni di anticipo il grande riassetto sociale che stava arrivando, ne colse alcune implicazioni che riguardavano la politica e le istituzioni, decise di orientare in modo nuovo la politica del suo partito affinché si ponesse alla guida di quel riassetto.Non fu soltanto Berlinguer a imboccare quella strada. Nel Pci a favore d'una politica di austerità si schierò Giorgio Amendola, nel sindacato Luciano Lama, negli altri partiti Ugo La Malfa, Riccardo Lombardi, Antonio Giolitti, Gino Giugni e Giorgio Ruffolo, Bruno Visentini. Nella Dc, Ezio Vanoni e Pasquale Saraceno. Insomma la sinistra di governo e la sinistra di opposizione. Il richiamo di Tremonti è stato dunque molto opportuno: la sinistra, quella sinistra, aveva capito in anticipo i tempi e le crisi che si addensavano e ne vide le conseguenze sulla società italiana.Tremonti però non ha reso esplicito il significato di quella posizione. Berlinguer voleva che fosse la sinistra a guidare il riassetto sociale incombente, per garantire che non fossero solo i ceti più deboli a pagarne il costo. Questo aspetto del problema è stato oscurato dal nostro ministro dell'Economia ed è invece l'aspetto fondamentale. Se si deve attuare una vasta modernizzazione istituzionale e un trasferimento di benessere sociale dalle economie opulente verso quelle emergenti; se un così gigantesco riassetto non può essere disgiunto da un riassetto analogo all'interno delle aree opulente; è evidente che i più deboli debbono partecipare in primissima fila a questa operazione. I ceti medi e medio-bassi non possono essere oggetto del riassetto sociale senza esserne al tempo stesso il principale soggetto.Questo è il punto che manca all'analisi di Tremonti e che Marchionne ha vistosamente omesso come l'ha omesso la Marcegaglia. L'intero meeting di Rimini su questo punto ha taciuto: omissione tanto più vistosa in quanto avvenuta in una occasione promossa da una delle principali Comunità cattoliche, con tanto di benedizione papale e presenze cardinalizie. Né è accettabile che una così plateale omissione sia giustificata con l'argomento che l'aspetto politico non riguarda gli operatori economici e gli imprenditori.Grave errore: l'economia politica ha come tema centrale proprio quello dell'etica, cioè dei diritti e dei doveri, della felicità e dell'infelicità, della giustizia e del privilegio. Una Comunità cattolica dovrebbe mettere al centro delle sue riflessioni questo tema e porlo ai suoi ospiti. Se non lo fa, diventa una lobby come in effetti Cl è da tempo diventata.

mercoledì 18 agosto 2010

Niente casa, niente lavoro. Si fa presto a dire trent’anni

Si fa presto a dire “trent’anni” vissuti in un paese di stragi, e stragisti. In una nazione che ha lenìto, solo con funerali e giornalisti e sindacalisti, il dolore delle vittime. Col collega che ci ha lasciato sua figlia, sul primo binario, e dava di matto, all’epoca. Coi magistrati da soli, in prima linea. Si fa presto a dire trent’anni con una sottile paura che ti assale ogni volta che prendi un treno diretto verso l’Appennino, con l’ossessiva cura di evitare la sala d’aspetto, e di acquistare un giornale da leggere, nel viaggio, per non pensarci su troppo. Si fa presto a dire che lavori, trent’anni, in una Azienda in cui trovi dimenticate nelle fotocopiatrice una copia del manuale di adesione al venerando massone, e ti vedi sopra girare con vorticosa confusione capi e capetti, ristrutturazioni di luoghi e funzioni, in una logica che a tutto risponde fuorché al benessere del cliente, e del lavoro. Senza una logica apparente, se non che intanto il fisco ci incassa di meno, dato che l’Azienda si ristruttura senza fine. Si fa presto a dire che oggi i ragazzi non hanno futuro. Se studiano vanno all’estero, sennò restano a vita coi genitori, senza lavoro, mentre noi l’avevamo. Sì, ma quale lavoro? Alice vedeva i compagni di scuola proseguire gli studi con le borse di studio date ai figli dei liberi professionisti, che dichiaravano redditi inferiori a quelli dei suoi genitori, dipendenti. Non lo sapeva nessuno, trent’anni fa? oppure era un modo, anche quello, di favorire, ieri come oggi, i figli di certe classi sociali? Si fa presto a dire trent’anni, vissuti in un paese dove trovare la casa è impossibile, se non ipotecandoti la vita per trent'anni, per poi vedere che invece le case le fanno, e mangiano i prati attorno, ogni anno centinaia di ettari, e ne restano vuote migliaia, già fatte, perché nessuno ha voglia di metterci mano. Per trent'anni. Alice aveva due genitori, coi quali doveva spesso correre al pronto soccorso - erano vecchi e malati - e ogni volta ci restava otto ore, in fila, paziente, circondata da lamenti e anche sangue, come nei thriller del terzo mondo, per poi sentirsi dire che sì, il posto c’era, ma non nella clinica specialistica , bensì in geriatria, o in medicina generale, dove ogni volta vedeva ragazzini laureandi che non sapevano dove mettere le mani. E lei doveva ogni volta istruirli, anamnesi e allergie, perché la scheda clinica del paziente veniva ogni volta buttata. Oppure la banca dati era diversa, da un ospedale a quell’altro, e nessuno sapeva nulla dell’altro. Eppure era anche contenta, perché nel suo paese, molto spesso, andava anche peggio. Molto peggio. Per trent’anni Alice ha vissuto in un luogo dove hanno deciso che Privato era meglio che Pubblico, e invece di controllare gli appalti, come un privato farebbe per prima cosa, si son cominciati a contare i minuti che occorrono per fare la Tac, oppure l’eco, o anche le visite, perché bisognava produrre ricchezza. Anche nella salute occorre evitare gli sprechi, e la cura dei vecchi è uno spreco, rende poco, anzi, non rende. Nel paese di Alice ci vogliono mesi per ottenere una licenza, di qualsiasi genere, ma occorrono minuti per venir derubati sull’autobus, se solo non tieni in bocca la borsa. Ci vogliono settimane per avere la cartella clinica, ma le esose bollette le paghi ormai ovunque e se tardi un bimestre ti tagliano luce gas acqua. Se hai bisogno di iscrivere tuo figlio ad una scuola a tempo lungo, ti iscrivi sei mesi prima: ma quando lui ci arriva, basta una settimana a sapere che i soldi per la carta igienica non ci sono, e li devi sborsare anche subito. Se invece decidi di fare un figlio, e per caso non nasce nei tempi normali, devi anche pagare per andare all’estero, sborsare milioni, perché nel paese di Alice la vita vien governata solo al momento di nascere, mai dopo. Dopo si può andare in guerra - da volontari, ovvio, e la disoccupazione che picchia costituisce un buon terreno, per aver volontari -; dopo si può esporli all’uranio impoverito, si può lasciarli morire sulle strade il sabato sera, si può farli morire in fonderia, oppure sui tetti, persino per droga, ignoranti, incolti, e facili prede di spacciatori affamati, li lasciamo morire così... in questo Paese. Ogni tanto abbiamo un sussulto, ci guardiamo attorno e li vediamo imbambolati, ai lati delle strade di grandi città, con in mano una birra, alle dieci di mattina, e ci chiediamo: chi sono? Alice, nel suo paese, dopo trent’anni, sente fastidio: ha fatto scioperi, partecipato alle lotte, volontariato, ha urlato, nelle corsie d’ospedale, ha stretto i denti, ha fatto debiti lunghi per avere il suo tetto, ha combattuto trent’anni per avere una qualità migliore. Ma sente fastidio, oggi sente fastidio. Farà la sua parte, ancora, e di nuovo, ma non riesce più ad ascoltare chi finora l’ha fatta vivere così. Le viene la rogna, a sentire certi paroloni: secessione, presidenzialismo, de-localizzazione, tangentopoli, piduisti, pidiellisti, falchi, padanie, appaltopoli, grilli di qua e valori di là, deflazioni, speculazioni, inflazioni, globalizzazioni, sub-prime e finanziarizzazione. Le viene la rogna, a sentire questi tiggì che parlano solo degli altri, di quelli che, eletti al governo, fanno finta, finta di tutto. Fanno finta che lei non esista: qui sta il punto vero. Nel suo paese è successo di tutto, in trent’anni. È mancata solo una cosa: la dignità del vivere, del costruire qualcosa in tempi ragionevoli, dell’incontrare risposte decenti ai bisogni, dell’alzarsi al mattino senza il pensiero: quale casino-ostacolo-problema-insulto dovrò superare quest’oggi?

domenica 20 giugno 2010

Chi è più bravo a sputare sui morti?

Da L’Unità online: Nemici - Il blog a cura di Giovanni Maria Bellu
Feltri, che sputa sui morti
Picasso diceva che imitare gli altri è inevitabile, mentre a imitare se stessi si provocano disastri. Non conosceva Vittorio Feltri che ha fatto dell'imitazione di se stesso una fonte di reddito. L'ultima imitazione è di ieri mattina: sulla prima pagina del Giornale un enorme titolo - "Israele ha fatto bene a sparare" - e un editoriale che andrebbe letto nelle scuole di giornalismo per spiegare agli studenti come non si deve fare mai. Portare una maschera presenta parecchi vantaggi. Il più grande di tutti è che ti senti autorizzato a mettere la maschera anche al prossimo e così risparmi la fatica di ragionare sul mondo e sulla sua complessità… Se hai la maschera di Vittorio Feltri e t'imbatti in un cadavere non devi far altro che sputarci sopra.Sono anni che Vittorio Feltri lo fa. È "il giornalista feroce" e gode di una sorta di licenza. Può distruggere la reputazione di un uomo e poi, come se nulla fosse, scusarsi e andare va avanti. Ha potuto - con la collaborazione di Renato Farina, il famoso "agente betulla" - definire il collega Enzo Baldoni, ucciso in Iraq, un "pirlacchione spericolato". Ieri ha sputato sui pacifisti: «Il minimo che potevano aspettarsi quelli della Freedom Flotilla era una raffica di mitra»…Anche sulla Freedom Flotilla c'era qualcuno di quei "pirlacchioni" che rischiano la vita in cambio di quanto Feltri guadagna in mezza giornata. Ma, soprattutto mai si era vista una così candida e spudorata dichiarazione di faziosità. La stessa stampa israeliana chiede chiarezza sui fatti. Perché prima di giudicare è indispensabile sapere. Per tutti. Ma non per Vittorio Feltri, il giornalista che sputa sui morti.

L'Osservatore Romano contro Jose' Saramago: 'Ideologo antireligioso', criticava 'le crociate ma non i gulag'. Il quotidiano vaticano ricorda che il poeta portoghese scomparso ieri aveva scelto 'lucidamente' di autocollocarsi 'dalla parte della zizzania nell'evangelico campo di grano' e 'si dichiarava insonne al solo pensiero delle crociate, o dell'inquisizione, dimenticando il ricordo dei gulag, delle 'purghe', dei genocidi, dei samizdat culturali e religiosi'.

Senza entrare nel merito : da 1 a 10 chi è più bravo a sputare sui morti?
Rispondi al sondaggio

domenica 23 maggio 2010

Mourinho non è un pirla . Ma chi può dire altrettanto?

Antefatto : Bersani Pierluigi durante l’assemblea del Partito Democratico enuncia:
“Ci sono insegnanti che vanno nei quartieri periferici delle grandi città, nei piccoli comuni, nei luoghi in cui si annida il degrado ed è più forte la dispersione scolastica. Si tratta di insegnanti che seguono uno ad uno i ragazzi, facendo enormi sacrifici. Questi, per noi, sono degli eroi dei tempi moderni. Io sono per fare uscire da questa Assemblea una figura eroica: quella degli insegnanti che sono a inseguire i disagi sociali mentre la Gelmini gli rompe i coglioni” .
Praticamente da sottoscrivere lettera per lettera o alla peggio, se si è dalla parte avversa stare zitti .
Invece no! Delle macerie del centrodestra si alza flebile una vocina . Chiederà a Bertolaso di soccorrerlo?
Chiederà una mazzetta per la ricostruzione a qualche palazzinaro?
Chiederà alla Guzzanti di non girare un film?
Niente di tutto questo !
Pretende le scuse da Bersani ! Capito le scuse !
Ma dove cazzo erano questi nostri dipendenti (come li definirebbe il fratone a 5 stelle) quando il loro capo dava dei “coglioni” a tutti quelli che non lo votavano?
Eppure , senza essere filologi esiste una differenza sostanziale tra l’affermare che : Tu sei un coglione “ e dire che : “ Tu rompi i coglioni” .
Evidentemente dalle parti di ciò che rimane del centrodestra queste distinzioni lessicali sono talmente sottili che proprio non si riesce a coglierle o forse l’occasione per una comparsata sui giornali della domenica è stata troppo forte per resistere e mantenere un dignitoso silenzio.
Si consolino questi personaggi , oggi la loro sparata non se la incula proprio nessuno .
Tutti troppo impegnati a celebrare il Moratti , il Tronchetti e il Mourinho che davvero adesso può ribadire che ,come già affermato in passato,: “io non sono un pirla!”
C
hissa se dopo questa vicenda anche altri possono dire altrettanto !

P.S. Affinchè le cose siano chiare precisiamo che siamo bianconeri fino alla radice dei capelli … nonostante ciò …